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VUOTO— sostantivo, condizione ordinaria. Lo spazio che si apre proprio quando non manca niente. Per definizione, non si può riempire.
RIEMPIMENTO— sostantivo, gesto automatico. Tutto quello che ci mettiamo dentro per non accorgercene.

Lunedì sera, nove e mezza.
Sono sul divano.

La musica è bassa, la playlist è la solita. Le luci sono al 20%, le mie preferite. Davanti ho un documento aperto: sto scrivendo le righe che stai leggendo tu adesso. Quindi, tecnicamente, siamo qui in due. Io che scrivo, tu che leggi, nessuno dei due ha fretta. Dovrebbe bastare. Potrei restare qui per ore, dentro la mia zona di comfort, in compagnia. Pieno.

Eppure, mentre scrivo, ho tre conversazioni aperte sul telefono. Le tengo aperte io, volontariamente, e con due di queste non so nemmeno bene con chi sto parlando. Perché?

So che mi dà fastidio. Mi irrita l’inutilità. Lo sento ogni volta che lo schermo si illumina e la mano parte da sola per leggere. So che è una distrazione di cui non ho bisogno ma intanto la alimento. Perché?

Perché il posto in cui sto meglio, il momento che ho scelto, a un certo punto smette di essere abbastanza? Perché sento il bisogno di riempirlo proprio mentre sto facendo una cosa che ho scelto di fare?

Così resto in due posti insieme. E non sono mai davvero in nessuno dei due.

Scegli la vita

Trainspotting, va bene, lo conoscete tutti. Dal ’96. E domani torna al cinema in versione restaurata 4K. Punto.

Di eroina si parla in ogni scena, e sotto ogni scena c’è il vuoto. Le giornate di Renton e dei suoi amici sono vuote, Edimburgo sembra vuota, le stanze sono vuote. L’eroina arriva lì dentro come qualcosa di abbastanza potente da occupare tutto. Il film non nasconde niente: la siringa, la moquette, il corpo che affonda nel pavimento. Quando Renton prova a smettere, il vuoto è la prima cosa che ritrova.

Perfino il famoso «Scegli la vita» dell’inizio è un elenco di tutto ciò che dovremmo desiderare per sentirci pieni. Ma a lui non dice niente.

Il vuoto in Trainspotting è riconoscibile: sappiamo cosa manca e con cosa viene coperto.

Oggi il mio vuoto lo copro con tre conversazioni su un telefono. Le dipendenze di cui voglio parlare adesso non hanno sostanze. Si nascondono in gesti piccoli, educati, compatibili con una serata rilassata sul divano: lo scroll, la notifica, la risposta a qualcuno che nemmeno conosco.

Voglio (ri)guardare Trainspotting da qui, dal vuoto e da tutto quello con cui impariamo a riempirlo.


In consegna oggi

Mi affascina il concetto di vuoto. E mi affascinano le cose che facciamo per non sentirlo.

Quello di Trainspotting è un vuoto esistenziale, profondo, intrecciato alle storie dei personaggi e alla loro dipendenza. Quel mondo lo lascio a Renton. Io voglio parlare di un vuoto molto più ordinario: quello che si apre in una serata in cui non manca niente. Ho un divano, la musica che mi piace, il tempo per scrivere. Non devo dimostrare niente a nessuno.

Eppure, non basta.

Il vuoto è un buco nero, e per definizione un buco nero non si può riempire.

Per questo tutte le soluzioni che troviamo per colmarlo diventano dipendenze: nessuna sarà mai abbastanza.

Il telefono è solo la parte più visibile. Sotto c’è il mio rapporto con il tempo, con il desiderio, con la noia. Con la possibilità di stare dentro un momento senza pretendere che succeda anche qualcos’altro.

Se guardassi la curva dei miei acquisti su Amazon, la vedrei salire nei periodi in cui non avevo niente da aspettare. Così l’attesa me la creavo io. Ordinavo, e per due giorni avevo un appuntamento: il pollice che apriva il tracking dieci volte al giorno, la notifica «in consegna oggi», l’orecchio attento a ogni suono del citofono.

Poi il pacco arrivava, lo aprivo sul tavolo, mi interessava per un quarto d’ora, e ne ordinavo un altro.

Quand’è l’ultima volta che hai aspettato qualcosa che non ti eri costruito da solo?

Se guardassi la mia agenda, vedrei lo stesso disegno. I periodi più pieni sono quelli in cui ho meno chiaro dove sto andando. Mi piace avere qualcosa da fare, mi piace dirmi che sono impegnato, e ogni volta che spunto una cosa dalla lista sento una piccola scarica di dopamina. Un appuntamento, una gara, una cena, una scadenza: ogni impegno mi dà un posto in cui devo essere.

Poi arriva il successivo. E quello ancora.


Una domenica pomeriggio al cinema

La prima volta che ho visto Trainspotting era una domenica pomeriggio, in un cinema di Reggio Emilia. Eravamo ragazzi, e sapevamo di andare a vedere un film che nessuno ci aveva vietato e che parlava comunque di cose più grandi di noi. È stata la prima volta che ho capito quanto potesse essere pericolosa una dipendenza, e per molto tempo quella è rimasta la mia idea di cosa significa dipendere morbosamente da qualcosa.

Le dinamiche di cui sto parlando ora, invece, sono talmente normali da essere invisibili. Nessuno si preoccupa se hai l’agenda piena, se rispondi subito ai messaggi, se compri qualcosa ogni volta che ti viene in mente. Anzi, sono proprio le cose che ti fanno sembrare presente, efficiente, sul pezzo.

E questa è una dipendenza? Sì. Le abbiamo normalizzate? Sì.

Normalizzate è un termine che odio, sì. E lo sto usando apposta, perché mi crea lo stesso disagio che mi creava la crudezza con cui vedevo le dipendenze palesi di Trainspotting.


L’inversione

Ma torniamo un attimo a Trainspotting, perché lì funziona tutto al contrario di come vanno le cose per noi adesso.

Il vuoto di Renton è infinitamente più profondo del mio, eppure è fatto della stessa materia: un buco che non si chiude. Cambia solo la direzione in cui scappiamo. Renton, per non sentirlo, sparisce dal mondo. La dose arriva, il mondo si spegne, e per qualche ora il vuoto smette di fare rumore.

Io, per non sentirlo, nel mondo ci resto dentro, e ci entro sempre di più.

Ogni attesa che mi costruisco occupa il vuoto prima ancora che si apra.

E nessuno mi dice che sto scappando. Anzi, nella migliore delle ipotesi mi faranno i complimenti.

Mi basterebbe capire quando il desiderio mi porta verso qualcosa e quando mi serve soltanto per non restare dove sono.


Siamo ancora qui

Sono le 10:57 e sono ancora sul divano. Se sei rimasto con me fino a qui, per qualche minuto siamo stati nello stesso posto.

Mentre scrivevo, però, mi è venuta un’idea: potrei fare una nuova stagione di Dentro, dedicata alle dipendenze, partendo da un altro album iconico.

Arrivati a questo punto, è legittimo che tu ti chieda se voglio farlo perché mi piace o perché mi serve qualcosa per riempire le prossime settimane.

Onestamente, me lo chiedo anch’io.

L’album, comunque, l’ho già scelto.