La frammentazione
Siamo nella Fase 5. E la rabbia ha cambiato natura.
Non è guarita. Non si è chiarita. Si è disgregata in qualcosa di più difficile da abitare: la scoperta che non esiste più una versione coerente di te.
Hand in My Pocket è la canzone più fraintesa del disco. È sempre stata letta come un manifesto di equilibrio, una pace ritrovata nella complessità. Ma è una lettura comoda. E sbagliata.
Alanis costruisce questo brano su una sequenza di opposti — I’m broke but I’m happy, I’m lost but I’m hopeful — e tutti si concentrano sul “ma”. Ma quel “ma” non è una compensazione: è una sospensione che, invece di risolvere una contraddizione, la tiene aperta.
Siamo stati tutti, almeno una volta, con una mano che fa quello che gli altri si aspettano — e l’altra in tasca, a tenere insieme i pezzi.
Diretto nel 1995 da Mark Kohr, il video è girato in bianco e nero a Windsor Terrace, Brooklyn.
Due Alanis, due punti di vista che si alternano.
La prima guida una macchina nel quartiere e canta dritta in una piccola telecamera fissata al cruscotto. È vicina, frontale, quasi in confidenza con chi guarda. Il volto è in primo piano, la voce è dentro l’abitacolo, lo spazio è chiuso.
La seconda cammina dentro una parata di strada. Una di quelle celebrazioni di quartiere fatte di musica, coriandoli, gente che si conosce. E lei è lì, in mezzo, ma non sembra davvero parteciparvi. Si muove dentro la folla come qualcuno che osserva, non come qualcuno che festeggia.
È esattamente la canzone.
Una parte di lei guida, parla, si mostra. L’altra è dentro un evento collettivo e contemporaneamente assente: I’m here, but I’m really gone.
E il bianco e nero non è una scelta estetica vintage. È un filtro che toglie l’allegria a una scena che dovrebbe esserlo — la parata in technicolor sarebbe stata un’altra cosa, un’altra canzone. Così, invece, la festa diventa qualcosa che si guarda da una distanza che gli altri non sentono.