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BILANCIO— sostantivo, lessico interiore. Operazione mentale, quasi sempre involontaria, con cui confrontiamo la nostra vita con quella di chi sembra averla risolta. Dà sempre un risultato negativo.
SCHERMO— sostantivo, percezione pubblica. Superficie luminosa che da fuori sembra una protezione e da dentro è una trappola. Ci impedisce di vedere chi sta dall’altra parte, e a chi sta dall’altra parte impedisce di sparire.
21 Maggio 2026 — 06:47

Stamattina sono uscito a correre all’alba. Ho messo Dangerous Woman nelle cuffie senza pensarci, e a metà strada mi sono ricordato che è uscito esattamente dieci anni fa.

Dieci anni in cui io ho vissuto, mangiato, dormito, lavorato, perso persone, conosciuto altre. Cambiato idea su quasi tutto. E dieci anni in cui lei ha fatto quello che ha fatto.

Hit. Tour sold out. Streaming astronomici. Un’immagine che non ha mai vacillato, almeno da fuori.

Sono andato su Wikipedia a controllare la sua età. Trentadue anni. Io a trentadue anni stavo ancora cercando di capire dove appoggiare i piedi, e lei a trentadue anni aveva già vissuto tre vite. È questa la cosa che spiazza — non il successo in sé, ma la velocità. Quanto presto è successo tutto. Quanto tempo a noi continua a non bastare per arrivare anche solo a un decimo di quello che lei ha già archiviato.

Funziona così ogni volta. Apri Instagram, leggi una classifica, vedi un’intervista. Trentadue anni. Ventotto. Ventiquattro. E parte automatico il calcolo, quello che facciamo sempre, quello che non possiamo non fare. Quanti anni avevo io quando. Quanti anni mi mancano per. Cosa ho da mostrare in cambio dei miei trentadue, dei miei quaranta, dei miei cinquanta.

Il bilancio non torna mai, in questo confronto. Non può tornare. Perché non stiamo paragonando la nostra vita alla sua. Stiamo paragonando la nostra vita alla sua fama. E la fama, vista da fuori, è un’astrazione perfetta. La stacchiamo dalla persona. La guardiamo come un oggetto luminoso, separato dalla biografia di chi lo porta. La misuriamo, la confrontiamo, la usiamo per dirci che siamo in ritardo.

E ci basta. Quel confronto veloce, fatto al volo mentre scorri il telefono — per chiudere il discorso. Lei sì, io no. Lei a quell’età. Io a quest’età. Sentenza emessa, bilancio archiviato, conversazione interna chiusa.

Ma noi non sappiamo niente del suo bilancio. Sappiamo solo quello che ha lasciato nelle canzoni.

E allora mentre correvo verso gli scogli, mi sono fatto una domanda.


Una versione di te (che dormiva meglio)

Cosa proverà oggi Ariana Grande quando riascolta Dangerous Woman?

Perché tu, ogni tanto, rimetti una canzone di dieci anni fa. La rimetti di nascosto, quando non c’è nessuno, perché ti riporta in un posto che ormai hai chiuso a chiave. Ti riporta a una versione di te che dormiva meglio, che si fidava di più, che ancora non sapeva certe cose. E mentre la ascolti, senti che quella versione esiste ancora da qualche parte, intatta, ignara di quello che stava per arrivare.

Lei quella canzone non può rimetterla di nascosto. Le esce dalla radio dell’auto, dagli speaker di un negozio, dalla playlist di un fan che si avvicina e gliela canta in faccia.


Una telefonata (sbagliata)

Cosa proverà oggi Ariana Grande quando riascolta Dangerous Woman?

Perché poi, dopo quel disco, è successo Manchester. Un’esplosione al suo concerto. Ventidue persone morte. In un attimo il pop è diventato qualcosa di troppo pesante per essere ancora pop. E lei si è ritrovata al centro di tutto, senza averlo scelto.

Anche tu hai una canzone che ti rimanda a una telefonata sbagliata, ad una brutta notizia arrivata mentre la radio era accesa. Da quel giorno quella canzone non la riesci più a sentire nello stesso modo.

Ma è una cosa tua. Nessuno te la chiede, nessuno la canta sotto casa tua. Puoi non incrociarla per anni.

Lei deve tornarci sopra ogni volta che sale su un palco.


Merito una pausa

Cosa proverà oggi Ariana Grande quando riascolta Dangerous Woman?

Perché dietro quel disco, e quelli venuti dopo, c’è stata una persona. Scooter Braun. Il suo manager per dieci anni. L’uomo che le aveva costruito intorno la macchina, che decideva i ritmi, che le stava accanto nei momenti pubblici e in quelli privati. Per dieci anni lui è stato il filtro tra lei e il mondo.

Poi nell’estate del 2023 la sua vita personale è esplosa. Una separazione, una nuova relazione finita sui giornali, la pressione mediatica insostenibile. Il suo team ha chiamato Scooter chiedendogli di interrompere le vacanze e di tornare per aiutarla a reggere il colpo.

Lui ha risposto: merito una pausa.

In quella frase è finito tutto. Dieci anni di carriera condivisa, di telefonate notturne, di decisioni prese insieme, di fiducia data senza pensarci troppo. Tutto compresso in una risposta arrivata da lontano, mentre lei stava affondando.

Tu lo conosci, quel momento. La persona di cui ti fidavi, quella che avresti chiamato per prima, ma che però quando hai avuto bisogno davvero non c’era. Non era impegnata. Aveva solo deciso che il tuo bisogno non era abbastanza. Quel collega che ti copriva le spalle finché conveniva e che il giorno in cui ti serviva sul serio, è sparito. Quella persona a cui ti eri affidato come se fosse di famiglia, e che alla prima vera richiesta ti ha fatto capire che di famiglia non c’era proprio niente.

Più che una delusione è la scoperta che quello che credevi un legame, era invece una transazione. E che tu lo stavi leggendo male da sempre.

Poi vai avanti. Cambi lavoro, smetti di rispondere ai messaggi. Quel nome lo archivi. Forse non lo nominerai più.

Lei ha dovuto continuare a sorridere ai microfoni mentre lo faceva. E a far finta di niente in pubblico, mentre dentro stava chiudendo una finestra di fiducia lunga dieci anni.


Ci sentiamo domani

Cosa proverà oggi Ariana Grande quando riascolta Dangerous Woman?

Perché c’è anche un’altra cosa. In uno dei suoi dischi più recenti ha inserito un frammento della voce di sua nonna. Una scelta tenera, da nipote. Poi sua nonna è morta, e quella voce è rimasta dove l’aveva messa, su ogni piattaforma di streaming, per sempre, fuori dal suo controllo.

Tu hai la chat di WhatsApp di qualcuno che non c’è più. Non l’hai cancellata. La lasci scivolare giù sotto i meme, gli auguri, le foto di gatti di amici che non ti interessano. La seppellisci sotto il rumore degli altri perché da solo non ce la fai a guardarla. Ma sai che è lì. E basta un movimento sbagliato del pollice, un secondo di distrazione, per farla riaffiorare. Quel ci sentiamo domani. Che non è più arrivato.

Tu puoi non scorrere. Tu puoi scegliere il giorno in cui sei pronto a farlo.

Lei la sente uscire all’improvviso dalla radio di un pomeriggio sereno, mentre cercava solo di stare bene.


Thank U, Next

Cosa proverà oggi Ariana Grande quando riascolta Dangerous Woman?

E poi Thank U, Next. Un inno globale. Una hit che la gente canta, si tatua, balla. Una canzone che fa sentire liberi, forti. Leggeri.

Solo che lei sa cos’era quando l’ha scritta. Sa che era una preghiera ad alta voce per esorcizzare il dolore, convincersi che andasse tutto bene, in un periodo in cui non andava bene niente. La mappa di una sofferenza reale, ma privata.

Tu hai quelle canzoni che, già dalle prime note, capisci che hai sbagliato playlist. Cambi traccia alla svelta, prima che qualcuno se ne accorga. Puoi attraversare anni senza incrociarle più.

Lei deve cantarle. Ogni sera, microfono in mano, sorriso sereno, davanti a migliaia di persone che non sanno cosa le stanno chiedendo.

O forse lo sanno. E chiedono lo stesso.


Togliersi le cuffie

Sono rientrato a casa quando ormai era pieno giorno. Mi sono seduto sui gradini fuori casa, le scarpe ancora addosso, il disco finito.

E ho capito una cosa.

Il successo di Ariana — e in generale — che vediamo da fuori è uno schermo.

A noi impedisce di vederla davvero. A lei impedisce di sparire. Noi lo usiamo per sentirci piccoli, per dare per scontato che lei stia bene, per chiudere in fretta un confronto che non regge. Lei ci vive dentro, senza uscita.

Ma anche Ariana ha avuto i suoi dieci anni di alti e bassi. Esattamente come noi. Le stesse perdite, gli stessi tradimenti, le stesse versioni di sé che non esistono più.

Però la sua vita è già nelle cuffie di qualcun altro. Ritorna quando qualcun altro decide. Risuona quando qualcun altro ne ha bisogno.

Stamattina, da qualche parte nel mondo, forse anche lei ha riaperto Dangerous Woman. E ha sentito esattamente quello che ho sentito io.

Solo che io, alla fine della corsa, ho potuto togliermi le cuffie.

Lei no.