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Ironic

Ironic

Il Decentramento

Siamo nella Fase 6. La rabbia si sposta: non è più dentro, va nel mondo. E non c’è nessun bersaglio su cui scaricarla, solo un meccanismo che gira male.

Ironic è la canzone più fraintesa del disco.

È sempre stata letta come la gaffe grammaticale di Alanis, l’errore che ha generato vent’anni di battute: “queste non sono situazioni ironiche, è solo una lista di sfortune”. Ma è una lettura comoda. E sbagliata.

Alanis costruisce il brano su una sequenza di piccole sfortune: la pioggia il giorno del matrimonio, la mosca nel vino, il consiglio buono ignorato. E tutti si concentrano sulla definizione di ironia.

Ma quella discussione tecnica è una distrazione: il punto non è se sono ironie. Il punto è che la vita continua a funzionare così, e non c’è nessuno a cui presentare il conto.

Contenuti Extra
Video

Nel video di Ironic, diretto da Stéphane Sednaoui nel 1996, Alanis guida una macchina lungo una strada deserta. Poi la telecamera si sposta e la inquadra di nuovo — ma adesso accanto a lei c’è un’altra Alanis. E poi una terza, e una quarta. Quattro Alanis, una per stagione, tutte sullo stesso sedile, tutte che vanno nella stessa direzione, nessuna che parla davvero con le altre.

È una delle scelte registiche più intelligenti di tutto il disco. E, vista trent’anni dopo, anticipa una sensibilità che diventerà mainstream solo molto più tardi: l’identità come costellazione invece che come blocco unitario. La possibilità di essere felici e disperati nello stesso pomeriggio, fragili e fortissimi nella stessa ora. Quello che oggi diamo per scontato — il fatto che dentro di noi convivono molte persone, e che nessuna è la versione “vera” — nel 1996 il pop non lo aveva ancora raccontato.

C’è anche qualcosa di malinconico in quella scelta. Le quattro Alanis non si guardano, non si parlano. Coesistono, ma non si conoscono. È l’immagine di chi contiene molteplicità senza riuscire a metterle in dialogo — l’“io di un anno fa” e l’“io di adesso” che vivono nello stesso corpo senza parlarsi.

La macchina, inoltre, è uno dei pochi spazi in cui siamo costretti a stare con noi stessi senza distrazioni. È lì che le diverse versioni di noi riemergono, ed è lì che Sednaoui le fa apparire tutte insieme.

È la contraddizione visiva perfetta per Ironic. Una canzone che parla di un mondo che non torna, raccontata da una persona sola che, dentro, è anche quattro. Forse l’unico modo per attraversare un mondo che non torna è accettare di non essere mai un’unica cosa. Di essere tante. Tutte vere. Tutte in viaggio insieme.