Su Netflix è arrivata la serie ispirata a Intervista col Vampiro, che è stato me è uno di quei film che mi hanno spiegano qualcosa ancora prima che la capissi.

Avevo sedici anni, ero in un cinema di Reggio Emilia della metà anni ’90, e il giorno dopo il mio professore d’italiano mi chiese perché quel film mi fosse piaciuto.
Non parlai dei costumi, né dell’estetica barocca, né della coppia Cruise–Pitt.
Parlai dell’unica cosa che mi aveva colpito davvero:
l’ossessione della giovinezza come condanna.
Perché quel film non racconta la pena della vita eterna, ma l’impossibilità di uscire da una stagione della propria esistenza.
Non puoi marcire, ma non puoi nemmeno cambiare.
Rimani congelato nel momento esatto in cui la vita ti ha reso desiderabile.
Un’immortalità che non evolve, che non ti permette di andare in profondità, di capire chi sei e cosa desideri per il futuro.
Rivedendo oggi la serie (che fa il suo dovere senza grandi ambizioni) quel tema ritorna:
il vampiro come archetipo contemporaneo.
Perché siamo diventati anche noi così.
Non ci nutriamo di sangue, ma della nostra immagine perpetuata nel tempo.
Non cerchiamo davvero la giovinezza, ma la sua imitazione.
Il suo riflesso negli occhi degli altri.

Il nostro nutrimento ad alta dipendenza è un loop che ci tiene vivi, ma non ci fa crescere.
Non così diverso da ciò che accade a Louis e Lestat, quando scoprono che l’unico modo per restare immortali è consumare qualcosa (o qualcuno) senza mai digerirlo davvero.
E non sorprendetevi se tutto questo risuona con il nostro modo di vivere le relazioni e la quotidianità.
C’è poi una scena del film che ho sempre trovato iconica.
Domiziana Giordano — voce in anticipo sul futuro e in ritardo sulla fama — accetta la trasformazione in vampiro per esaudire un suo desiderio: salvare e proteggere ciò che ama.
Un gesto apparentemente altruista, che però si appoggia su un’idea attualissima di onnipotenza:
se resto giovane, posso continuare a essere necessaria.

È un narcisismo poetico, ma pur sempre narcisismo.
E infatti dura pochissimo: subito dopo la trasformazione, muore al primo bagliore del sole.
Non regge la luce.
Non regge la realtà.
Non regge lo svelamento.
Quel passaggio rappresenta il prezzo di una giovinezza promessa che non è la vita eterna, ma la perdita della nostra identità. E la prima verità che percepiamo….. una ruga, un insuccesso. O un desiderio che non ci assomiglia più… ci brucia come il sole fa con i vampiri.
Quello che non tolleriamo non è l’invecchiamento, ma l’esposizione. Gli occhi degli altri che scoprono la nostra quotidinità. Il fatto che la luce del giorno metta in evidenza tutto ciò che non possiamo più controllare.

Tutto ciò che non è eterno, né giovane, né perfetto.
E che ci ricorda quanto fragile sia la condizione che cerchiamo di mantenere.
POP VIBE: Let me be the only one, to keep you from the cold



