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Estate 1996 — allthatPOPs

Qualche anno fa, su Facebook, avevo postato questo. È il viaggio dopo la maturità — pre-Social, pre-Tutto.

Il post originale

Si partiva per la Grecia, viaggio post maturità. Il volo, trovato sul Televideo, aveva destinazione Rodi: 3 settimane senza fissa dimora. Eravamo in 15, capelli lunghi e valigie piene di ormoni, alla conquista di un paese dove “Tranquilli, tanto si mangia con massimo 5.000 lire”. E via di scorribande in motorino per le vie dei bar, piene di drink pessimi e sbronze fetenti, Inglesi rissosi e abbordaggi all’Italiana.

Nei locali la hit dell’estate era WannaBe delle Spice e una ragazza di Firenze mi regalò una cassetta duplicata di Jagged Little Pill, che sto ascoltando ancora adesso mentre scrivo.

C’era nell’aria un senso di libertà che non avevamo mai provato prima. I nostri genitori ricevevano (poche) notizie perché le tessere prepagate costavano care.

E poi decidemmo di girare isole a caso. Santorini, Karpathos. A Kos non troviamo un albergo, balliamo tutta la notte e ci addormentiamo sulla spiaggia con le valigie legate alle braccia per poi tornare di corsa a Creta dove giorni prima avevo preso una cotta per Frida, una svedese di 2 metri per la quale rischiai schiaffoni dal padre che ci beccò a limonare sul molo.

Di ritorno a Rodi, cercai invano di perdere la verginità dopo un bagno notturno (e gelido) in mare, ma il tassista che poi ci caricò per portarci in hotel mi buttò fuori a metà tragitto perché ero ancora fradicio.

Tornai a casa con 5kg in meno, uno zaino pieno di numeri di telefono scritti sui tovaglioli dei bar e quel senso di “adesso sono pronto per conquistare il mondo”.

Dietro l’angolo c’erano gli esami di ammissione all’università, il trasferimento a Milano… e una serie di prove che nemmeno avevo immaginato di dover considerare.

Ma il primo morso all’autonomia era stato dato — “You live, You learn”.

Estate 1996

Rileggendola oggi, vedo una cosa che allora mi sfuggiva.

Quella cassetta duplicata — regalata da una ragazza di Firenze di cui non ricordo più il volto — non era la colonna sonora di quell’estate. Era qualcosa che avrei impiegato trent’anni a capire.

A Rodi cantavo You learn come si canta una hit: a memoria, senza capirla. Pensavo di sapere già tutto.

La verità, che scoprirò col tempo, è che non impari gratis: la lezione non è un premio, è il conto.

Le prove “che nemmeno avevo immaginato di dover considerare” sono arrivate tutte. Puntuali. E ogni volta, sotto, c’era quel disco: come se Alanis avesse scritto in anticipo le didascalie della mia vita adulta — la rabbia, il perdono, l’ironia amara, l’arte di ricominciare.

Il cerchio si è chiuso qualche mese fa, quando ho preso quello stesso album e l’ho smontato pezzo per pezzo — una stagione intera di podcast, Dentro Jagged Little Pill — attraversando le sue fasi una per una.

La ragazza di Firenze, quella notte su un’isola, mi ha messo in mano una cosa che non poteva sapere di regalarmi.

Un manuale di istruzioni per raccontare tutto quello che sarebbe venuto dopo.