Ti sto valutando.
Ho la penna in mano, sto decidendo se vai bene o meno. Il metro di giudizio non l’ho scelto: l’ho ereditato. Me l’hanno dato in una stanza dove stavo dall’altra parte del tavolo.
E adesso lo sto passando alla fila dopo.
Non giudico ciò che è diverso da me. Giudico ciò che è mio e non mi sono perdonato. Sono feroce in proporzione a quanto mi riconosco: sono tenero con i difetti che non ho, e spietato con quelli che condividiamo. Perché tu, seduto lì, mostrando la tua debolezza allo scoperto, stai facendo la cosa esatta che io ho passato la vita a non fare più.
Ti esponi.
È per quello che sono passato dall’altra parte. Quella nudità non te la perdono.
La punisco.
Ne sono consapevole. Lo sento mentre lo faccio. Riconosco la mia debolezza in te, la capisco, so da dove viene. Ma capirlo non mi salva. Anzi, è proprio quella a non lasciarmi scampo.
Perché sono passato dall’altra parte, allora? Per evitare il “Non sei abbastanza”. E smettere di essere visto.
E mentre assegno ogni voto, provo a vincere, a ritroso, la partita che ho perso io.
Petal è l’ultimo video di Ariana Grande.
Ariana è Pepper, una ragazza che si presenta ad un provino. Canta bene — glielo riconoscono anche — ma non basta: la scartano. Allora torna, e prima di rientrare cambia qualcosa di sé, corregge il difetto che le avevano fatto notare. La scartano di nuovo, per un motivo diverso. E lei cambia ancora, modifica l’ultima cosa che non andava bene. Un provino dopo l’altro, un ritocco dopo l’altro. Un cerchio che potrebbe girare all’infinito, perché ogni volta che si avvicina a quello che le hanno chiesto, l’asticella si è già spostata.
La cosa facile sarebbe stare dalla sua parte. È lì che ci mette tutti, il video: nella sedia, con il curriculum in mano, a farci sentire cosa significa non bastare mai.
Ma voglio raccontarlo dalla parte opposta. Quella che nessuno vuole ammettere di conoscere.
Quello che fai
Sto leggendo il tuo curriculum.
È buono. Lo vedo subito. Vedo cosa sai fare, vedo la grinta, vedo la voglia.
E dovrei essere contento. Una persona brava è quello che serve.
Invece no. Invece mentre leggo penso un’altra cosa meno bella.
Penso che sei arrivato dove sono arrivato io, ma con vent’anni di meno. Che questa sedia me la sono conquistata a fatica e adesso non è più così sicura. Che dietro di me ci sei tu. E hai ancora tutto davanti.
E allora sai cosa faccio?
Forse è meglio se non ti faccio sentire mai abbastanza. Se ti tengo un po’ distante. Non te lo dico che sei bravo — o meglio, te lo dico, ma non fino in fondo. Ti dico che va bene. Però.
Ci metto sempre un però.
Bravo, però.
Ottimo, però.
Tu sempre un mezzo gradino sotto. E a me stesso racconto che è esperienza, che io vedo più lontano.
È che se ti do ragione del tutto, per un attimo non servo più.
Il tuo valore l’avevo capito nei primi trenta secondi. Ti boccio lo stesso. Non per quello che hai fatto. Per quello che potresti fare domani, al posto mio.
Quello che sei
Ti guardo.
Ad essere onesto, mi piaci. Stai bene davvero.
Hai una faccia che non ha chiesto permesso a nessuno. Una naturalezza che non ha filtrato niente per piacermi. E la stessa cosa che hai nel corpo ce l’hai nei modi: stai lì come sei, senza sistemarti, senza controllare se vado bene io per te. Non hai ritoccato nulla prima di entrare. Ti sei presentato e basta.
Ed è bello. È la cosa più bella che è passata da questa sedia oggi.
Dovrei dirtelo. Ma mi dai fastidio.
Perché tu quella pace lì ce l’hai, e non è una posa: ti guardi allo specchio e accetti la faccia, gli anni, tutto quello che passiamo la vita a correggere. E te ne stai in mezzo agli altri senza la paura di non essere all’altezza delle foto che pubblichi.
Io quella pace non ce l’ho. Non davanti allo specchio, non su di me.
Per questo non ti perdono.
Così ti giudico con più durezza proprio dove sei più libero. Punisco il fatto che il tuo aspetto, a differenza del mio, non ti fa paura.
E ti spingo esattamente dentro quella corsia da cui avrei voluto che qualcuno, una volta, tirasse fuori me.
Quello che vali
Finalmente posso giudicare te.
Per due volte ti ho detto di cambiare, e lo hai fatto. Un pezzo alla volta, dove ti ho chiesto.
Adesso che sei arrivato dove volevo, anzi dove vogliamo, non ti riconosco più. Probabilmente eri meglio prima.
Ti ho fatto diventare così io. E ti rimando indietro per questo.
Lo so che non è giusto. Lo so che ho sempre pronto un motivo per dirti di no. In realtà non c’è una versione di te che mi va bene.
Ma non è mai stato quello il punto.
Il fatto è che qualcuno, in un’altra stanza, sta dicendo la stessa, identica, cosa su di me. E io sto seduto a questo tavolo per non sentirmela dire.
Onestamente non so più da che parte stare. Non so se la faccia davanti a me è la tua, o la mia prima che imparassi a nascondermi qui dietro.
Basterebbe posare la penna. Dirti: hai ragione, alzarci e andarcene insieme.
Ma non posso farlo.
Continuo a scrivere il tuo giudizio. Perché se ammetto che siamo uguali, devo ammettere che punisco in te la cosa che non mi perdono.
Che questo tavolo, questa penna, tutto questo è solo il posto più comodo che ho trovato per non crollare.
Epilogo
Quando Pepper esce sconfitta da un provino, la porta si apre su Hollywood Boulevard. C’è la sua stella sul marciapiede, quella che tutti sogniamo, e accanto, in una crepa nell’asfalto, è cresciuto un fiore.
Ogni volta che ci passa vicino, il fiore lascia cadere un petalo. E così, provino dopo provino, giudizio dopo giudizio, il fiore si spoglia.
Finché sul marciapiede resta la stella con il suo nome, e intorno, tutti i petali che ha perso per arrivarci.



