Mercoledì, dieci di sera, Instagram. Stanno tutti da qualche parte. Un cortile a Brera, un rooftop, la fila davanti a un palazzo che ieri non sapevi esistesse. Subito sotto, un altro post: «quest’anno ho scelto di non partecipare, mi sono preso uno spazio mio». Stacco: libro, la candela, tazza di tè.
Due persone che stanno facendo la stessa cosa (scrollare) e che hanno bisogno, entrambe, di dirtelo. Una per addizione, l’altra per sottrazione.
È questo il punto da cui vorrei partire. Perché la Design Week non è la Fashion Week.
L’alibi è finito
La settimana della moda è onesta nella sua brutalità: è chiusa al pubblico. Non sei stato invitato, non entri. La tua assenza ha un alibi perfetto perché non dipende da te. Puoi anche godertela con quella forma di sollievo che è tipica di chi sa che non era contemplato.
Il sistema ti esclude e tu ti auto-assolvi.
La Design Week no. La Design Week ti vende la sua democrazia. Fuorisalone aperto, eventi gratis. Puoi fotografare ogni cosa. Il messaggio implicito è: questa settimana è per tutti.
E questo diventa il problema. Perché se è per tutti, allora la tua assenza diventa una scelta. E questa scelta, in un contesto sociale così visibile, va giustificata. Non c’è più l’alibi dell’esclusione. Rimane solo la tua posizione rispetto al flusso: dentro o fuori. E in entrambi i casi devi dirlo a qualcuno.
Questo è il motivo per cui la Design Week produce, più di qualsiasi altra settimana milanese, una pressione diversa. Una pressione che non viene imposta dall’alto, ma dai tuoi contatti. Dai tuoi pari. Da chi vedi scrollando e da chi vede te.
FOMO e JOMO: stessa fame di attenzione
La FOMO, quando si racconta, è bulimica. Non spiega mai perché sei lì, perché hai scelto quella festa invece di un’altra, cosa hai visto davvero. Non serve. È un linguaggio arrivato al punto in cui basta il racconto: la location taggata, il drink, il gruppo, la mezza faccia di un mezzo VIP sullo sfondo. Vive di loop. Ogni storia rimanda all’altra, ogni post conferma il precedente. Nessuno si ferma a chiederti perché. O sei nel flusso o non lo sei.
La JOMO, invece (e qui le cose si fanno più sottili) è sempre giustificata. Sempre.
Se davvero fosse la gioia di non esserci, non avrebbe bisogno di essere documentata. Una vera liberazione è silenziosa, vive della sua stessa privacy. Ma la JOMO che vedi online, quella col libro, la playlist lo-fi, la didascalia riflessiva, è un atto performativo esattamente come il suo opposto.
Solo costruito per sottrazione.
Il trucchetto è che la JOMO cerca di vendere un’identità alternativa. Vuole dirti: io non sono come gli altri, io ho capito qualcosa e voi ancora no, io sono fuori dalla giostra. Ma il solo fatto di dirlo la mette dentro la giostra. In una corsia laterale, certo. Più tranquilla, con un’estetica più morbida, ma pur sempre dentro.
E anche in questo caso cerca empatia con una tribù: gli altri outsider, gli altri consapevoli, gli altri che «hanno scelto di». E una tribù, per definizione, esiste solo se qualcuno la guarda.
Tirando le somme, FOMO e JOMO non sono proprio opposti, ma due declinazioni della lingua di chi ha bisogno di essere visto e non sa più distinguere tra esserci e raccontare di esserci, tra non esserci e raccontare di non esserci.
Ho scelto me (ma nessuno te lo ha chiesto)
Poi c’è il livello più fastidioso, quello dove la maschera indossata diventa più visibile proprio perché ha la pretesa di essere trasparente.
I profili di «crescita personale». Il nuovo male di questi anni.
Quelli che trasformano il “non partecipare ad una cosa” in una lezione per gli altri.
Ho imparato a dire no. Ho scelto me. Ho trovato il mio spazio. Bla, bla, bla…
E qui mi soffermo un attimo, perché questa narrazione non documenta una scelta: te la insegna, come faceva la tua maestra delle elementari.
Ti vendono la rinuncia come saggezza, la fragilità come stile morale, la vita privata come spettacolo.
E la Design Week, con la sua pressione sociale, è l’occasione perfetta per creare un piano editoriale perché offre un contesto in cui la rinuncia è drammatica, empatica e condivisibile.
Non salti una serata qualsiasi. Salti LA serata.
In soldoni: usano il linguaggio della liberazione per fare esattamente ciò che contestano.
Dicono: “Non mi serve l’approvazione degli altri” su una piattaforma che esiste per misurare l’approvazione degli altri.
Dicono: “Ho scelto il silenzio” scrivendo una caption di quattrocento parole.
Dicono: “Non mi paragono più a nessuno” in un formato che è interamente basato sul paragonarsi agli altri, cioè sul proporsi come modello.
Non c’è niente di edificante in questo perché si presenta come la cura del problema di cui è in realtà un sintomo.
Dove siamo davvero
La cosa che mi interessa è che né la FOMO né la JOMO, nei racconti che vediamo, sono mai un manifesto di equilibrio. Sono sempre un simbolo di bisogno.
Quello di esserci travestito da entusiasmo, o quello di non esserci travestito da saggezza.
L’equilibrio, se esiste, probabilmente non lo vediamo mai. Perché è il momento in cui decidi e basta. Senza che questa decisione debba necessariamente diventare un’identità o una lezione di vita.
La Design Week, in questo senso, non è un evento. È un test. Ti mette davanti a uno specchio e ti chiede non se parteciperai. Ma come parteciperai anche quando non partecipi.
La vera verità è che siamo sempre e solo alla ricerca di un modo di stare nel mondo che gli altri possano vedere.



