Skip to main content

Il 5 marzo 2020 scrivevo un post su Facebook:

“Spero che questo momento storico ci porti, una volta finito, ad essere delle persone migliori. Non a livello macroscopico. Ma noi, singoli, come individui, prima di tutto.

Che ci insegni ad essere più inclini alle relazioni umane, che ci aiutano a vincere la paura e lo sconforto. Che ci porti ad essere più altruisti. A pensare che il bene delle altre persone dipende in parte anche dalle nostre azioni. E che le parole hanno un peso, soprattutto in positivo, per rassicurare e avvicinare. E che ci faccia ricordare che siamo persone con uno spettro di sentimenti molto più ampio di quello che ci concediamo. Perché “l’obbligo” di dichiararci sempre invincibili e perfetti non è sostenibile e non ci renderà più vincenti. Ma passare attraverso le nostre paure, le frustrazioni e le insicurezze, oltre a renderci più empatici e più umani, ci ricorderà, in tempi migliori, che abbiamo avuto l’energia per superare questo livello di difficoltà.

Come individui, prima di tutto. E come popolo poi.”

Il 5 Marzo 2020 era un momento strano. Sospeso. La pandemia era alle porte. Col senno di poi, posso dire che lo sentivamo. Come quando capisci che sta arrivando un temporale. Non sai quanto intensamente pioverà, ma sai che sta per succedere.

Eravamo a 3 giorni dal lockdown. E ora non ricordo cosa mi spinse a sentire in modo così chiaro la Spada di Damocle che incombeva su di noi. Razionalmente, potrei dire che la prima crisi globale dei tempi moderni, che non avrebbe fatto distinzioni sociali, economiche, politiche e geografiche, fosse abbastanza per fare una riflessione sul nostro futuro. Probabilmente per questo motivo mi auguravo che quel momento storico ci portasse a essere persone migliori. Che ci insegnasse a essere più inclini alle relazioni umane, più altruisti, più capaci di riconoscere che le parole hanno un peso, per rassicurare e avvicinare.

E che ci ricordasse che l’obbligo di dichiararci sempre invincibili non è sostenibile. Che attraversare paure, frustrazioni e insicurezze, oltre a renderci più empatici, ci avrebbe ricordato di avere l’energia per superare qualcosa di incredibilmente più complesso.

Lo finivo così: Come individui, prima di tutto. E come popolo poi.

Una speranza sincera. Forse un po’ ingenua, ora lo ammetto. Ma sincera.


Rileggendolo oggi, sei anni dopo, ha un sapore diverso. Perché mi sono reso conto di una cosa.

È come se il ME di sei anni fa avesse intuito qualcosa che il ME di oggi ha dovuto attraversare. La cosa che nel 2020 speravo il mondo imparasse, l’ho dovuta imparare io in prima persona.

Pagandone il prezzo.

Negli anni che sono seguiti, mi sono trovato a dover attraversare esattamente quello che descrivevo: le paure, le frustrazioni, le insicurezze. Ho dovuto smontare l’idea di dover essere sempre invincibile. Cadere. Una, due. Cento volte. E ricostruirmi, pezzo per pezzo, cercando di capire, a tentativi spesso fallimentari, quale sarebbe stata la mia nuova identità.

E poi, attorno a quella identità, costruire il mio mondo.


Succede così, a volte. La lezione che pensi debba imparare il mondo, finisce per insegnarla la vita a te.

E quando la vita distrugge l’idea di essere invulnerabili, le cose sono due: smetti di misurare il valore delle persone solo attraverso successo, status e performance. E sviluppi una capacità di ascolto molto più profonda. Come necessità, prima. E come scelta, poi.

Per me è diventata la base di quello che voglio fare oggi: ascoltare, raccogliere storie. Non perfette, ma vere.

E mi piace raccontarle. In tutti i modi possibili. È la forma più onesta che ho trovato per stare nel mondo.

È da lì che è nata la radio, poi Into the Night, poi ancora allthatPOPs. Sembrano progetti editoriali, ma sono, più onestamente, la traduzione di una vocazione che non avevo ascoltato.

Alla fine è questo il paradosso delle grandi crisi collettive.

Pensiamo che cambieranno il mondo. Che dopo nulla sarà più come prima. Il mondo, però, cambia molto più lentamente di quanto immaginiamo. Cambia per inerzia, a fatica. E spesso non abbastanza.

Le persone, invece, a volte cambiano all’improvviso.


Quello che non riuscivo a vedere, quella sera del 5 marzo 2020, è che non stavo facendo una previsione sul mondo.

Stavo piantando un seme dentro di me.

Non lo sapevo ancora. Non potevo.

Ma il seme ormai c’era già.

POP VIBE: So, lock the door and throw out the key - Can't fight this no more, it′s just you and me.